Disprassia Verbale. Colorado, 2022.
Disprassia Verbale. Colorado, 2022.
Quattro anni fa partivo per la mia prima
formazione oltreoceano con un bagaglio a mano pieno di paure, lo stomaco
annodato e un pacco di Gocciole.
Marco mi accompagnò all’aeroporto di Napoli con
quello sguardo che sa essere insieme premuroso e orgoglioso.
«Hai contanti?»
«Sì. Venticinque euro.»
«Ma sei matta? Vai dall’altra parte del mondo con
venticinque euro?»
Forse sì.
Ma le passioni hanno una grammatica tutta loro.
Non conoscono il verbo aspettare. Coniugano soltanto il verbo partire.
La prima italiana a sedermi in quell’aula.
La prof.ssa Strand non mi ha insegnato un metodo.
Mi ha spostato il baricentro. Ci sono persone che non ti riempiono la testa di
risposte: ti cambiano le domande. Ti insegnano a diffidare della superficie, un
po’ come quella patina bianca sulle olive in barattolo che molti chiamano muffa
senza sapere che racconta tutt’altra storia. La verità, quasi sempre, abita
sotto.
Mi sono ritrovata dall’altra parte del mondo con
un tassista sdentato che dell’Italia conosceva soltanto Berlusconi. Ho fatto
colazione accanto ai cowboy e posso confermarlo: odorano davvero di mucca.
Poi quell’aula immensa. Io con la mia coda
bionda, le basette ribelli e un inglese pronunciato a mezza voce, perché
l’imbarazzo, anche a trent’anni, riesce ancora a farti sentire una ragazzina.
Eppure parlavo.
Chiedevo.
Sbagliavo.
Riprovavo.
«Great, Italy.»
Non ero Caterina.
Ero Italy.
E andava bene così.
In quei giorni non ho imparato soltanto la
Disprassia Verbale. Ho imparato che il ragionamento clinico non è un formulario
da compilare, né una checklist da spuntare. È un pensiero vivo che, nel mio
armadio formativo, resta appeso a grucce fragili: ogni paziente e ogni collega ne piega una,
ogni dubbio la incrina, ogni studio ti costringe a cambiarla. Guai se
restassero sempre le stesse. Una conoscenza che non si lascia incrinare smette
di essere conoscenza e diventa ideologia.
Io non ero andata fino in Colorado per tornare
con un titolo.
Ero andata a cercare un bagaglio da mettere al
servizio dell’altro.
Le passioni non servono a renderci speciali, servono
a renderci utili.
Perché la formazione non è accumulare strumenti.
È imparare a custodire qualcuno, fare spazio attorno, lasciare che il sapere
smetta di parlare di te e cominci a parlare della persona che hai davanti.
Ero da sola.
Ma è proprio lì che mi sono raccolta, mi sono
aspettata e mi sono concessa il tempo di diventare la logopedista che
desideravo essere. Mi sono riconosciuta come ci si riconosce in aeroporto
quando, tra centinaia di sconosciuti, compare all’improvviso un’amica delle
elementari e inizi a sbracciarti da lontano.
Quattro anni dopo penso che il viaggio più lungo
non sia stato quello verso l’America.
È stato quello verso una versione di me che aveva
finalmente imparato la grammatica della libertà: la libertà di inseguire le
proprie passioni, Disprassia Verbale e lo Speech, di attraversare la
paura senza aspettare che passasse, di consumare le notti sui libri, di
cambiare idea quando le evidenze lo chiedono e di restare curiosa anche quando
sarebbe stato più semplice accontentarsi.
Negli anni successivi ho lavorato perché il DTTC
trovasse spazio anche in Italia. L’ho studiato, condiviso, discusso e, quando è
stato necessario, perfino messo in discussione. Oggi sapere che molti
logopedisti lo conoscono e lo utilizzano non mi dà la soddisfazione di aver
portato una bandiera. Mi restituisce qualcosa di molto più semplice: la
sensazione che un seme abbia trovato il terreno giusto.
Non ho mai creduto nel pensiero unico. Non
appartiene alla scienza, che vive di dubbi e non appartiene alla democrazia,
che vive di confronto.
Ogni metodo è una lente, mai il paesaggio.
Ogni
ragionamento clinico è un atto di responsabilità.
E il nostro mestiere non è difendere un metodo,
ma custodire l’aspetto più nobile della logopedia: permettere all’altro di esserci,
nel mondo, un passo alla volta.
Grazie, prof.ssa Strand.
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