Vaniglia e Liquirizia

Logopedia narrativa

Vaniglia e Liquirizia

Vaniglia e liquirizia- indossare pensieri

Scannerizza la corteccia, segue quel perimetro irregolare fino a sentire il crac della cervicale.

Un rumore secco, familiare.

Non si sorprende.

Si domanda piuttosto quanti anni ci siano voluti perché quell’albero diventasse così alto, così fermo nella terra, mentre lei, gli anni, ha imparato a portarli addosso senza nasconderli.

Sono gli anni delle scelte ribelli, quelli in cui sarebbe stato più facile seguire il rumore, uno qualsiasi.

Della folla, delle convenzioni, quello che arriva dalle finestre quando dentro si ha ancora paura di ascoltare.

Lei, invece, ha tenuto i propri pensieri. Smussati sì, ma sempre i propri.

Li ha portati con sé cercando un varco nell’ombra, un posto in cui appoggiarsi, senza dover spiegare troppo.

Nessuna chiusura ad anello.

Nessun ritorno al punto di partenza.

Alcune cose finiscono proprio lì, senza concedersi una forma più ordinata.

Poi si siede nella faggeta, esausta di sudore, con le labbra appizzutate, i denti appena serrati. La stanchezza le pesa sulle spalle, ma non le dispiace. Ci sono fatiche che fanno bene perché riportano il corpo al suo posto.

Dal giradischi arriva Lucio Dalla, la sua voce entra nella stanza insieme alla polvere, mentre lei passa un dito sul bordo corto dei libri, liberando loro da quella patina sottile che il tempo deposita sulle cose amate.

Per un momento non deve dimostrare niente.

Lei, i libri e la polvere.

Resta lì, con la propria inquietudine accanto, senza scacciarla né darle un nome.

Compiaciuta e sospesa.

Tra vaniglia e liquirizia


 

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