Radici in foglie
-Vico del Gargano- sorride, quando una collega le fece notare che quel biondume non sembrava certo meridionale.
-Siamo tutti un po’ figli di Federico II- risponde mentre sgrullava un sorriso nostalgico pensando a quella terra che cova anime vergini di stupore. Anna, una trafficante di sogni in un momento di carestia d’amore, è una giornalista che ha lasciato il proprio paese subito dopo il Liceo, in quel tempo di mezzo in cui si pensa che la libertà sia oltre quella cinta muraria per poi ritornarci, forsennatamente, anni dopo. Scrive delle emozioni universali che quotidianamente raccoglie e passa al setaccio, respira carta con note di inchiostro dolciastre che si mescolano a pensieri amebici. Ne rimane poco o nulla. O forse tutto. Il puzzo dei binari si confonde nel cielo terso mentre il Tavoliere delle Puglie si impadronisce dei finestrini e la comunicazione della diagnosi di suo figlio martella le tempie. Ha smembrato le sensazioni per tradurle in parole ma non riesce ad urlare quel dolore bianco, come quello delle Madonne che sono portate dalle braccia per tutto il Paese il giorno del Santo Venerdì. Quel volto trasfigurato dal dolore, quelle rughe che sono le stesse dell’anima di una mamma che lacrima, mentre le spine stridono la carne e squarciano le vene. Il setaccio si incastra e non passa più nulla. Potrà volare? Sarebbe affascinante continuare ad imparare che dal dolore e dalla sofferenza possa nascere sempre una dignitosa bellezza metafisica, una salace e riverberante libertà.
Ritorna e trova la stessa polvere su ringhiere, tele di lino stese al sole su sottili fili che collegano il vicinato. È cucitura sul tessuto connettivo dei ricordi, inusitato stupore. Le hanno detto che suo figlio vede il mondo da altre angolature, le hanno detto proprio così. Ha bisogno di vivere le sensazioni ed elaborarle insieme a qualcuno, di avere ritmi che assecondano la bellezza della natura, la genuinità del lento cadenzare del tempo. Un pensiero imperterrito e il desiderio di raccogliersi tra quei profumi di arance, salire sulla Torretta per vedere gli occhi del mare, ascoltare i tarli nel legno dei portoni delle chiese. Oggi ha lo stesso conato di libertà che le fa ballare il diaframma davanti al portone di casa sua, mentre Michele ispeziona da tutte le angolature visive quella strana serratura. Il ciliegio è sempre lì, con quell’odore che si è portata in giro per il mondo, attecchito sulla sua epidermide. La radici sono più robuste, qualche foglia è claudicante. Ma scorre una strana linfa di felicità, capace di sfondare un’onda e contare i grammi di salsedine. Da piccola amava sedersi su questa piccola roccia proprio qui, nel Rione Terra e soffiare insieme al Maestrale per far uscire il sole. Ritorna nella sua terra bucolica, testimone di tramonti che affogano dietro le Tremiti, ricca di vicoli che allenano la fantasia, accompagnata dal crepitìo delle campane mentre i bambini giocano a nascondino, con il viso pigiato su pietre ricoperte di muschio, fino a quasi sentirne l’odore.
Cogliere la bellezza nelle fragilità.
– “Chi è?”
– “Io-esitazione-Noi”.
Anna è tornata.
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